La sfida di Gabriele: “Non è importante conquistare la cima. Importante è come ci si arriva”

Diciotto anni, non vedente dalla nascita, è salito sul Monte Rosa e sull’Himalaya. A settembre parteciperà ai campionati mondiali di arrampicata ad Innsbruck. “Lassù sei solo un puntino, in balia di ciò che decide la montagna”

Gabriele Scorsolini in arrampicata

Esplosivo. “Non mi piace arrivare secondo. Io non mi alleno per arrivare secondo”. Saggio. “Lassù c’è una sensazione di piccolezza. Sei un puntino in balia di quello che decide la montagna”. Giovane. E dunque, sognatore. “Abbiamo un progetto, bello, importante”.

Gabriele Scorsolini ha diciotto anni, ha appena finito le scuole superiori, il liceo Donatelli a Terni. È non vedente dalla nascita e ci tiene a precisarlo: “Non ipovedente, ma non vedente”. Eppure questo non l’ha fermato. Fa parte della nazionale italiana di paraclimb, si arrampica per agonismo e scala le cime più alte del mondo per passione. E a settembre parteciperà ai campionati mondiali ad Innsbruck.

Poi che farai: prosegui nello studio oppure continuerai con la tua passione?
“Sto cercando di proseguire con lo studio, in Trentino. Dove posso avere la possibilità di allenarmi e di frequentare l’Università. Solo che ci sono i test d’ingresso ed è sempre un’incognita”.

Perché in Trentino, qui non è possibile?
“A Terni non c’è una struttura per allenarmi”. Poi Gabriele si alza e va verso la sua camera. Sopra alla porta c’è un pannello in legno con diversi appigli: questa è la sua palestra, è qui che fa trazioni ed esercizi. “Se potessi, mi fermerei molto volentieri a Terni. Sarebbe anche un modo per rendere omaggio a questa città. Ho parlato con qualcuno del Comune, forse c’è la possibilità. Però ho imparato che un politico non dice mai di no…”.

Quando e come nasce la tua passione per la scalata, per le montagne?
“È cominciato tutto sette anni fa”.

C’entra qualcosa Stefano Zavka?
“No, perché purtroppo quando io ho iniziato, lui era già morto. In realtà io ho iniziato un po’ per gioco con la musica. Sono nate molte cose belle, però questa esperienza mi ha ‘sbloccato’ fino ad un certo punto, non riuscivo a buttarmi. Grazie ad un mio amico ho provato l’arrampicata. Sono andato una volta e mi sono reso conto che in realtà la mia condizione non mi impediva chissà quanto. Sono così entrato in contatto con una guida alpina insieme alla quale ho sviluppato un mio sistema di arrampicata, con movimenti nuovi. Ed ho cominciato a capire alcuni principi fondamentali. Come ad esempio il fatto che non è importante arrivare in cima. Ma come ci si arriva”.

Gabriele suona al pianoforto il valzer il La bemolle di Chopin: clicca sotto per ascoltare
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Il ricordo di Stefano Zavka, l'alpinista ternao morto nel 2007 sul K2

Questa è anche un filosofia di vita…
“Beh, sì. Però vorrei spiegarti anche le differenze tra arrampicata e alpinismo…”.

Certo, dimmi.
“Nell’arrampicata sportiva, all’interno di una struttura artificiale, devi completare un percorso. Poi riscendi. Invece, con l’alpinismo arrivi in cima. Camminando, arrampicandoti o facendo trekking: comunque arrivi in cima”.

La tua specialità qual è?
“Tutte e due. Io svolgo arrampicata a livello agonistico con la squadra nazionale di paraclimb. Ho partecipato ad un master internazionale in Austria di arrampicata: l’anno scorso sono arrivato primo, quest’anno secondo”.

E l’alpinismo?
“Sono stato in Himalaya nel 2016, a sedici anni. Sulle Alpi sono salito sul Monte Rosa, sul Gran Paradiso. Mi piace superare quota tremila metri”.

Che sensazioni provi quando sali?
“Quando ti trovi su montagne che superano i 4.000 metri, provi una sensazione di piccolezza. Ti senti un puntino in balia della montagna. Comanda lei, tu sei una formichina. Se decide di non farti salire, arriva una valanga e tu sei finito. Ti senti sicuramente libero. Arrivando in cima, hai l’emozione della cima. Però la felicità maggiore la provi quando torni a casa, al campo base. Quando riporti lo zaino a casa”.

È più difficile arrivare in cima o sconfiggere il pregiudizio legato alla tua condizione?
“La parte difficile non è tanto l’arrivare in cima, ma la sfida con me stesso”.

Dopo i campionati di settembre, a parte lo studio?
“Con un mio amico abbiamo un progetto bello, importante, impegnativo”.

Ne riparleremo.

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