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Addio a Isabella De Bernardi, davvero un sacco bella

L’attrice, celebre per il film di Verdone, è stata ospite al Terni Film Festival quattro anni fa

Arnaldo Casali e Isabella De Bernardi

La notizia della morte di Isabella De Bernardi ci ha raggiunto mentre eravamo a cena all’Osteria dell’Olmo, al termine della quinta giornata del Terni Film Festival. Proprio in quell’Osteria, appena quattro anni fa, ridevamo con Isabella, dopo un’altra lunga giornata di festival che l’aveva vista per la prima – e unica volta – a Terni.

“Non me l’aspettavo così bella!” ripete la donna nella clip ufficiale della dodicesima edizione della kermesse.

Isabella era nata il 12 luglio del 1963 a Roma, figlia di uno dei più importanti sceneggiatori della commedia italiana: Piero De Bernardi, scomparso del 2010 e autore – tra gli altri – delle saghe di Don Camillo, Amici miei e Fantozzi, ma anche dei copioni di Incompreso, Per grazia ricevuta, Il marchese del Grillo, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, C’era una volta in America, e gran parte dei film di Carlo Verdone.

Debutta come attrice a diciassette anni di età, con il ruolo di Fiorenza in Un sacco bello che – con i suoi tormentoni – le resterà attaccato tutta la vita. Negli anni successivi continua la carriera di attrice interpretando la figlia di Alberto Sordi in Io so che tu sai che io so e Il marchese del Grillo, recitando ancora con Verdone in Borotalco e Il bambino e il poliziotto ed entrando nel cast del leggendario telefilm I ragazzi della 3 C, di cui proprio sabato avremo un altro membro: Fabio Ferrari.

Negli anni ’90 abbandona la recitazione e inizia a lavorare in pubblicità, diventando la direttrice creativa di un’agenzia di Milano. Ed è proprio in questa veste che arriva a Terni nel 2017, presentando il corto in concorso Granma di Daniele Gaglianone e Alfie Nze, da lei ideato.

L’avevo invitata mandandole un messaggio su facebook in cui mi permettevo di darle del tu “perché per quelli della mia generazione sei come una sorella maggiore” e trovando il titolo del festival di quell’anno – “Metamorfosi” – particolarmente appropriato alla sua carriera.

Granma faceva parte di progetto più ampio: Aware migrants, sviluppato per informare le popolazioni subsahariane dei pericoli che trovano durante il tragitto.

“Il progetto finanziato dal ministero dell’interno e l’Oim – aveva spiegato - è molto interessante: abbiamo fatto 50 interviste ai migranti, 4 documentari e una cantante maliana Rokia Traoré, molto famosa in Africa, ha composto una canzone e girato un video”.

Nonostante la serietà del contesto, Isabella non disdegnava di riproporre i suoi tormentoni. Quando salì sul palco del Politeama a presentare il progetto, nessuno l’aveva riconosciuta. Così, nel bel mezzo dell’intervista, me ne uscii con la parola d’ordine: “Ma che te ciancichi?”. E lei: “Guarda che io a mi’ padre gli ho già sputato in faccia, attento fascio che ‘nce metto niente!”. Scrosciò un applauso, gli altri ospiti in delirio. Divenne la star della serata e tutti volevano farsi le foto con lei. “Sei il mio mito!” le ripeteva Bianca Nappi, vincitrice dell’angelo per la migliore attrice con La mia famiglia a soqquadro.

La sera avevamo fatto tardi improvvisando sketch basati sui suoi tormentoni e pubblicandoli su facebook come ragazzini. Poi eravamo rimasti in contatto. L’ultima volta, lo scorso luglio, ci eravamo sentiti per il suo compleanno: mi aveva detto che stava bene e aveva chiuso il messaggio con un “sentiamoci un giorno”. Resta il rimpianto di non averlo fatto.

“Mio padre aveva lo studio in casa” aveva raccontato sul palco del Politeama. “Stavano scrivendo Un sacco bello con Verdone. Carlo mi vide litigare con mia sorella, e mi volle a tutti i costi nel film”.

Non si era trattato in realtà di un debutto: “A undici anni avevo già fatto un corto da protagonista, poi ho continuato ancora qualche anno, ma poi ho scoperto che amavo fare la grafica, la pubblicità, e così sono entrata in quest’altro mondo, ho frequentato una scuola e ho cambiato vita. È stata davvero una metamorfosi”.

In pubblicità Isabella aveva ritrovato un vecchio amore, Alessandro D’Alatri (anche lui grande amico del Terni Film Festival, che ha aperto sabato scorso) con cui aveva realizzato – tra l’altro – due memorabili spot delle scarpe Superga: dei pezzi di vero cinema che si chiudevano con lo slogan, da lei ideato, “Si odia o si ama”.  

Come con il cortometraggio presentato al festival, Isabella cercava di usare anche la pubblicità come un impegno civile: “Ho voluto portare questa professionalità per comunicare cose positive. Entrando nelle case delle persone con gli spot ho cercato di trasmettere dei valori”.

Le avevo chiesto se c’era una pubblicità, tra quelle che aveva fatto, di cui andava particolarmente orgogliosa. “Sì, quella di Telecom Italia con Gandhi”.

Era uno spot del 2004, ambientato in una realtà distopica in cui, negli anni ’40, esistevano già computer, telefonini e internet, e M. K. Gandhi parlava al mondo attraverso una piccola webcam.

“Se avesse potuto comunicare così – recitava lo slogan – che mondo sarebbe oggi?”.

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