L’usura, lo stupro e i giudici: un incubo lungo 25 anni

È impantanata nel tribunale civile di Avezzano la vicenda di Franca Decandia, paladina dell’antiracket che ora non riesce ad ottenere giustizia. “Devo avere un risarcimento da migliaia di euro”. Ma la pratica è bloccata. La storia

“Devo fare finta di avere speranza”. L’udienza di fronte al tribunale civile di Avezzano si è conclusa da poco. “La pratica è stata affidata ad un nuovo giudice. Ma il vecchio, prima di lasciare il fascicolo, aveva già predisposto l’ordinanza di vendita”. Una beffa nella beffa che si attorciglia attorno ad un incubo lungo 25 anni. Quello di Franca Decandia.

Titolare di due importanti negozi d’abbigliamento (“…da me – racconta – venivano anche la ragazze di ‘Non è la Rai’….”) Franca Decandia è precipitata dentro al buco nero dell’usura. “Ho perso tutto: la mia vita, il mio lavoro, la mia famiglia”. Ma non la voglia di combattere. Grazie alla quale si rimette in piedi pure dopo avere subito un violento stupro da parte dei delinquenti ingaggiati dai suoi aguzzini. “I debiti – ricorda – si pagano”. Non la fermano gli strozzini, i criminali, la paura. Decandia, sarda di origine ma poi ternana e ancora spoletina di adozione, fonda l’Anvu, Associazione nazionale per le vittime dell’usura e del racket. Un faro che illumina la vita di tante vittime e affonda i piedi nelle prime linee delle battaglie contri chi specula sulle disgrazie degli altri e contro la burocrazia. Tanti casi, tanti processi, tante vite riacciuffate quando ormai sembravano perdute.

Ma adesso, la battaglia è la sua. La Corte di cassazione ha sentenziato una condanna a 5 anni e mezzo per i suoi aguzzini. E in sede civile gli è stato riconosciuto un risarcimento da 400.000 euro. “Aspetto giustizia da 25 anni. Nel frattempo, i miei estorsori hanno fatto in tempo a vendere tutti i loro beni”. Ce n’è rimasto soltanto uno. Una casa ad Avezzano: il valore sfiora i 150.000 euro. Ma l’immobile risulta inserito in un elenco di case costruite in una zona a rischio idrogeologico. E dunque non può essere venduta perché, in teoria, dovrebbe essere demolita. All’asta può finire soltanto il terreno su cui il palazzo sorge. Valore, sulla carta, di 19.800 euro. Probabile incasso dalla vendita, 5.000 euro.

“Abbiamo avuto rassicurazioni del fatto che la casa non sarà mai abbattuta. In quella condizione ad Avezzano di case ce ne sono altre 630. Nel frattempo però, il giudice che fino alla scorsa udienza aveva in mano il fascicolo, è stato irremovibile”.

Si muovono politici, qualche altra associazione, vengono inviate mail di sostegno al presidente della Repubblica e al premier Conte. “Devo ringraziare il gruppo del Movimento 5 Stelle in Senato”. Ma la solidarietà, forse, poteva essere anche di più.

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E comunque, qualcosa si muove. Ieri mattina è cambiato il giudice. “L’avvocato Marco Bottacchiari, dello studio legale Copponi di Camerino, ha evidenziato un difetto di notifica, l’udienza è stata rinviata. Forse qualcosa è successo”. Si torna in aula il 20 novembre. “Nel frattempo mi muoverò con l’amministrazione comunale di Avezzano per fare in modo di avere in mano qualcosa che certifichi che quella casa non sarà demolita e che potrà andare all’asta. Ma la sofferenza è tanto lunga”. Tanto che Decandia ha pensato pure a qualche gesto eclatante, come lo sciopero dei farmaci e del cibo.
“Non so cosa fare. A parte aspettare e fare finta di avere speranza”.      

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