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Domenica, 22 Maggio 2022
Economia

Lavoro nero, un esercito di “invisibili” che “ruba” un miliardo di euro ad imprese, commercianti e artigiani

L’analisi della Cgia di Mestre su dati Istat: “In Umbria oltre 49mila lavoratori irregolari che ogni giorno fanno piccoli lavori di riparazione e manutenzione o per prestare servizi alla persona e provocano danni economici spaventosi”

“È bene sottolineare che la maggioranza di chi lavora irregolarmente è costituita, in particolar modo, da persone molto intraprendenti, che ogni giorno si recano nelle abitazioni degli italiani a fare piccoli lavori di riparazione, di manutenzione (verde, elettrica, idraulica, fabbrile, edile, etc.) o nel prestare servizi alla persona (autisti, badanti, acconciatori, estetiste, massaggiatori, etc.). Un esercito di invisibili che, ovviamente, non sono alle dipendenze né di caporali né di imprenditori aguzzini ma, attrezzati di tutto punto, si spostano in maniera del tutto autonoma e indipendente, provocando danni economici spaventosi. Questi lavoratori irregolari sono in gran parte costituiti da pensionati, dopo-lavoristi, inattivi, disoccupati o persone in Cig che arrotondano le magre entrate con i proventi recuperati da queste attività illegali”.

L’analisi porta la firma dell’Associazione artigiani e piccole imprese Cgia di Mestre che, sulla base di dati Istat, ha stretto la lente sul fenomeno del caporalato e del lavoro nero in Italia, che secondo l’associazione di categoria è “aumentato” in conseguenza della crisi innescata dall’emergenza Covid.

L’ufficio studi di Cgia stima che “il lavoro nero presente in Italia produce ben 77,7 miliardi di euro di valore aggiunto. Una piaga sociale ed economica che, a livello territoriale, presenta differenze molto marcate. La Lombardia, ad esempio, sebbene conti oltre 504mila lavoratori occupati irregolarmente, è il territorio meno interessato da questo triste fenomeno: il tasso di irregolarità è pari al 10,4 per cento, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,6 per cento; il tasso più basso presente nel Paese. Subito dopo scorgiamo il Veneto (con un’incidenza del 3,7 per cento), la provincia Autonoma di Bolzano (3,8) e il Friuli Venezia Giulia (3,9). Per contro, la situazione più critica si registra nel Mezzogiorno. In Calabria, ad esempio, a fronte di soli 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22 per cento e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,8 per cento. Nessun’altra realtà territoriale presenta una performance così negativa. Altrettanto critica è la situazione in Campania, dove gli oltre 361 mila occupati non regolari provocano un tasso di irregolarità del 19,3 per cento e un Pil da nero sul totale regionale dell’8,5 per cento. Preoccupante anche la situazione in Sicilia: a fronte di quasi 283mila lavoratori in nero, il tasso di irregolarità è al 18,7 per cento e il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa su quello ufficiale è del 7,8 per cento”.

In base all’elaborazione dell'ufficio studi di Cgia su dati Inps, gli occupati non regolari in Umbria sarebbero 49.100 per un tasso di irregolarità del 13,2% e un volume d'affari generato superiore al miliardo di euro (1,1 miliardi) ossia il 5,7% del valoro aggiunto generato dal lavoro “regolare”.

“Degli oltre 3,2 milioni di lavoratori irregolari presenti nel Paese – conclude perciò Cgia - quelli sfruttati da caporali o da organizzazioni criminali sono una minoranza. Questo, ovviamente, non deve indurci a sottovalutare la gravità di questo drammatico fenomeno nel quale i lavoratori sono sottoposti a condizioni degradanti e disumane da parte di pseudo-imprenditori che agiscono, nei campi e talvolta anche nei cantieri, con modalità criminali. A rimetterci non sono solo le casse dell’erario e dell’Inps, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali regolarmente iscritte presso le Camere di commercio che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Condizioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire”.

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