Covid, il medico: virus molto contagioso, distanziamento e mascherine efficaci ma da adottare con costanza

Intervista al dottor Michele Palumbo, responsabile della clinica di malattie infettive del Santa Maria di Terni: caccia serrata al virus, recuperare e preservare le condizioni ambientali del pianeta è l’unica difesa possibile

Il virus di ieri, quello di oggi e – se possibile – il virus di domani. Ne abbiamo parlato con il dottor Michele Palumbo, responsabile della clinica di malattie infettive dell’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni.

Che differenze ci sono, se ci sono, con i contagi della prima fase dell’emergenza Covid?

“Non siamo in grado di stabilire se ci sono differenze rispetto al periodo precedente perché all’inizio avevamo un quadro della trasmissione del virus legato alle manifestazioni di sintomatologie respiratorie importanti e gravi, mentre adesso, con il tracciamento dei contatti, cerchiamo il virus attivamente nella popolazione non più solo in base al manifestarsi della sintomatologia”.

Sembra che questo virus abbia una altissima capacità di passare da un ospite all'altro. È così? Distanziamento e mascherine sono sufficienti o si possono adottare altre precauzioni?

“L’elevata capacità di contagiosità è una caratteristica specifica dei virus respiratori perché sono facilitati dalla trasmissione per via aerea. Distanziamento e mascherine sono misure di protezione e prevenzione estremamente efficaci e vanno adottate con costanza”.

Quali sono le patologie pregresse che rendono più pericoloso il virus?

“Un’alterazione preesistente della funzionalità respiratoria costituisce una condizione rilevante per una malattia che nelle forme gravi si manifesta con un’importante insufficienza respiratoria, al pari di un’età avanzata con compromissione multipla di organi e funzionalità”.

È stato documentato un caso di reinfezione. Che significa e quali rischi comporta?

“È stato comunicato un unico caso particolare di riacquisizione a Singapore, ancora non pubblicato e con caratteristiche particolari. Un paziente si ammala la prima volta, guarisce e acquisisce un virus diverso in Spagna che non provoca nessuna sintomatologia. Potrebbe trattarsi non di una reinfezione ma di una semplice contaminazione. Considerando il numero di casi della pandemia ed il tempo già trascorso, la possibilità di reinfezione dovrebbe manifestarsi con ben altri numeri”.

Come viene gestito il rapporto tra degenti e familiari quando i pazienti vengono ricoverati?

“Un reparto Covid deve essere necessariamente un reparto chiuso. Ma i contatti con i familiari avvengono costantemente in audio e video utilizzando dispositivi dedicati come smartphone e tablet, anche con l’ausilio del personale. In casi eccezionali, legati alla gravità del quadro clinico, il personale accoglie e aiuta i familiari ad accedere con le opportune protezioni”.

Teme che, per come vanno le cose nel mondo, le pandemie possano essere eventi decisamente frequenti?

“Purtroppo è una realtà in atto da tempo, la prima manifestazione di grande impatto l’abbiamo avuta negli anni ‘80 con la comparsa dell’Aids. Recuperare e successivamente preservare le condizioni ambientali del pianeta, che in qualche misura intervengono nel salto di specie dei virus da animali a uomo, è l’unica difesa possibile”.

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