Pillola abortiva, la Regione si smentisce da sola. Il documento: da “pratica raccomandata” a cancellata

La delibera di metà maggio: Ru486 garantisce “assenza del rischio intraoperatorio” e “il miglior esito in termini di salute della donna”. Poi la marcia indietro: ecco le carte

È il 13 maggio 2020 quando la giunta regionale – presenti tutti, presidente ed assessori – delibera il provvedimento numero 374 che contiene le “linee di indirizzo per le attività sanitarie nella fase 2”. Si tratta di un documento di 68 pagine che ha, appunto, l’obiettivo di definire le “linee di indirizzo da applicare nelle diverse articolazioni delle strutture sanitarie sia in ambito territoriale che ospedaliero. Nell’attuale contesto epidemiologico e di avvio della fase 2”, il testo ha dunque “la finalità di individuare le misure per contenere il rischio di trasmissione del virus, al fine di limitare la morbosità e la mortalità dovute al rischio di riprese di focolai epidemici” e “ridurre l'impatto dell’epidemia sui servizi sanitari e sociali assicurando il mantenimento dei servizi essenziali”.

Si parla di ospedali, centri diurni, modalità di accesso al pronto soccorso. E al punto 6.8.5, ossia a pagina 63, si trova un capitolo dedicato a “Salute donna Ivg”, interruzione volontaria di gravidanza. Percorso che, anche nella fase emergenziale Covid, deve essere “tutelato e garantito”

LEGGI | Il documento integrale LINEE DI INDIRIZZO SANITARIE DELLA FASE 2 -12.5. 2020.-2

“Durante l’emergenza sanitaria – è scritto - tutte le società scientifiche concordano nel promuovere maggiormente la modalità farmacologica dell’Ivg RU 486 - come da percorso assistenziale contenuto nelle ‘Linee guida sull’interruzione volontaria di gravidanza con l’utilizzo del metodo farmacologico RU486’ recepito dalla Dgr 1417 del 04 dicembre 2018 – poiché oltre ad essere una pratica raccomandata per l’assenza del rischio intraoperatorio ed il miglior esito in termini di salute della donna, rappresenta una soluzione adeguata per decongestionare gli accessi in ospedale e ridurre le occasioni di contagio anche per tutti gli operatori coinvolti”.

Le linee guida dunque fanno loro la “promozione” della pillola abortiva e citano la delibera del dicembre 2018 con cui la giunta regionale guidata da Catiuscia Marini stabiliva la possibilità di utilizzare il metodo farmacologico anche a domicilio.

C’è di più, perché le linee guida di Palazzo Donini accolgono il parere della comunità scientifica che suggerisce di “rivedere alcuni aspetti della metodica per renderla maggiormente fruibile ed estensibile ad un’epoca più elevata di gestazione”.

Per cui, tenendo conto della fase emergenziale, si provvede a “modificare/integrare” alcuni aspetti del percorso assistenziale “per promuovere l’interruzione della gravidanza con modalità farmacologica, sempre a discrezione del professionista responsabile del processo e con il consenso della paziente” così da “ridurre il numero degli accessi in regime di DH terapeutico/ interventistico che prevede un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero, con l’assunzione del mifepristone e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine. Auspicabile convertire la prestazione in regime ambulatoriale”. Si suggerisce poi “l’attivazione della consulenza da remoto da parte del servizio ospedaliero di Ivg o del servizio consultoriale per il monitoraggio delle condizioni di salute della paziente nelle giornate di assunzione del farmaco a domicilio” e “l’effettuazione del controllo ecografico dopo l’evento espulsivo” presso “un servizio consultoriale e non al servizio ospedaliero, attraverso la programmazione della visita previo contatto telefonico o prenotazione Cup”. Le linee guida introducono poi “l’ampliamento del limite del trattamento da 7 a 9 settimane di gravidanza e quindi assicurare la procedura entro il 63 giorno di amenorrea” ma raccomandano “alla paziente di rivolgersi in urgenza all’ospedale più vicino al domicilio qualora insorgano una sintomatologia e un quadro clinico che non rientrano tra quelli descritti dal medico durante il colloquio, opportunamente riportati nella nota informativa che accompagna il consenso e che possono indicare l’insorgenza di complicanze”.

Nessun riferimento alla volontà di cancellare la possibilità del trattamento farmacologico a domicilio ma anzi un aumento del periodo a cui si può ricorrere alla pillola abortiva. È vero: le linee guida nascono in un momento di emergenza. E infatti, “tale modalità riduce notevolmente i rischi di contagio sia per la paziente che per gli operatori oltre a diminuire il disagio per le pazienti costrette ad effettuare più accessi presso i servizi, anche per la necessità di sottoporsi al test clinico per l’esclusione di infezione da Covid19, un disagio spesso aumentato delle condizioni di marginalità e vulnerabilità che la donna vive in questa condizione”.

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Due o tre settimane più tardi, sembra non esserci più nessuna di queste necessità: Palazzo Donini ha cambiato le carte in tavola. Il resto è polemica.

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