ESCLUSIVA – Ospedale di Terni, ecco cosa prevede il nuovo piano sanitario regionale

Accorpamento delle due aziende ospedaliere con un unico organo di indirizzo, creazione di una sola Asl regionale. Le discipline di alta specialità che saranno unificate. I dettagli del documento

Dopo gli allarmi, le polemiche, le prese di posizione della politica, adesso parlano i documenti. Terni Today è in gradi anticipare i contenuti del Piano sanitario regionale 2019-2021, redatto a fine dicembre e passato all’esame dell’esecutivo di Palazzo Donini. Il documento – che nella sua fase di discussione potrà comunque essere rivisto, modificato e ampliato – affronta a larghissimo raggio tutti i temi legati al settore sanitario umbro. Ma dedica un ampio spazio di approfondimento al rapporto tra le aziende sanitarie di Perugia e Terni. Ecco alcuni passaggi chiave.

“Un’unica azienda ospedaliera”

“Riguardo alle aziende ospedaliere di Perugia e di Terni – è scritto nel Piano - la presenza di un’unica Università nella Regione renderebbe agevole l’integrazione in un’unica azienda ospedaliera, in due sedi, con unico organo di indirizzo. Tale accorpamento consentirebbe una maggiore aderenza agli standard qualitativi (volumi/esiti), tecnologici e strutturali previsti dal decreto ministeriale 70/2015, rispetto all’assetto attuale. Anche i requisiti necessari all’accreditamento della didattica, per la formazione di base e specialistica ne trarrebbero vantaggio”.
Il Psr fa dunque riferimento ad un decreto del ministero della salute dell’aprile del 2015 e lo declina sul territorio. Prevedendo la possibilità di costituire una unica azienda ospedaliera regionale – seppure operativa su due sedi – per la quale si dovrebbe procedere anche all’accorpamento delle discipline di alta specialità.

Come cambia l’alta specialità

Le discipline di alta specialità (cardiochirurgia, neurochirurgia, chirurgia toracica, oncoematologia con trapianti ecc.) devono essere progressivamente accorpate in strutture complesse a valenza interaziendale. La tipologia di interventi, prevalentemente chirurgici, deve essere differenziata per singolo presidio ospedaliero, in modo da rispettare il volume previsto dal monitoraggio nazionale del Programma nazionale esiti (PNE) dell’Agenas e dagli altri indicatori di performance”. Alla premessa, il Psr fa seguire alcuni esempi: “Cardiochirurgia valvolare in un presidio e by-pass aortocoronarico in altro; neurochirurgia neoplastica in un èpresidio e neurochirurgia della colonna in un altro; chirurgia neoplastica toraco-polmonare in un’unica sede. Qualora non si raggiunga il minimo dei volumi previsti dal PNE l’attività di chirurgia elettiva di alta specialità dovrà essere svolta in un unico presidio”.
Se, ad esempio, il criterio di scelta dovesse essere dettato esclusivamente dal numero di interventi, Perugia potrebbe accentrare sia l’angioplastica coronarica percutanea (402 interventi rispetto ai 270 di Terni) che il bypass aortocoronarico (64 a 63 rispetto ad una soglia di 200).
“L’attività di chirurgia oncologica deve essere riorganizzata – dice ancora il Psr - tenendo conto del PNE che come noto valuta la qualità delle cure in termini di efficacia e sicurezza (…). In particolare la chirurgia oncologica dovrà essere riorganizzata secondo le seguenti linee: la chirurgia oncologia pancreatica può essere svolta in una unica sede, da una unica équipe (centri di riferimento regionale) la sede va individuata in base alla locazione (presidio dove si sono effettuati il numero maggiore di interventi negli ultimi tre anni). Gli interventi di chirurgia oncologica dello stomaco e del colon devono essere svolti da una unica equipe integrata anche dai professionisti degli ospedali di base”.

Prendono così forma i timori che nei giorni scorsi sono stati espressi dai medici del Santa Maria di Terni e che hanno trovato sponda nei commenti di chi, da tempo, intravedeva nubi nere sul futuro dell’azienda ospedaliera ternana. “Il possibile accorpamento dell’alta specialità – commenta Sergio De Vincenzi, consigliere regionale di Umbrianext – rischia di generare non solo un disservizio nell’utenza, ma anche di disperdere la professionalità che in questi anni si è creata nell’azienda ospedaliera, anche da un punto di vista della formazione grazie ai tanti luminari che hanno contribuito a sviluppare le professionalità dei nuovi medici”.

La fusione delle Asl

Il Psr parla inoltre della “previsione di un’unica Asl di oltre 800.000 abitanti (media dimensione)” che “permetterebbe di semplificare il sistema, rendendo più omogenea l’organizzazione dei servizi, la politica di valorizzazione delle risorse umane, l’equità dell’accesso, l’integrazione ospedale-territorio e le reti cliniche (per esempio oncologia, dei servizi, etc). L’ampliamento della dimensione aziendale, pur comportando una semplificazione del sistema, incrementa la complessità organizzativa e ciò induce a ridefinire i modelli manageriali: una ridefinizione del top management (leadership, programmazione attuativa, controllo), uno sviluppo del management allargato cosiddetto ‘middle management’”.

L’integrazione col territorio

Oltre alle “forbici” il piano sanitario regionale suggerisce di utilizzare anche la “colla”. O meglio, una maggiore integrazione territoriale con le aziende ospedaliere che “dovranno garantire le funzioni di alta specialità ed elevata complessità assistenziale in tutte le discipline di area medica, evitando ridondanze nel medesimo presidio” e che “dovranno integrarsi con gli ospedali di riferimento”. Agli ospedali di base spetta il compito di “garantire la prosecuzione delle cure ed il follow-up per i cittadini del bacino d’intesa di riferimento. Le aziende ospedaliere devono svolgere la funzione di ospedale di base limitatamente al bacino di utenza di riferimento al fine di evitare l’eccessivo afflusso di ricoveri. Per un corretto utilizzo dei posti letto su base regionale, viene allestita una centrale di Bed Management (a conduzione infermieristica). Gli obiettivi sono quelli di raggiungere una più razionale gestione dei posti letto, ridurre il fenomeno dei ‘letti aggiuntivi’ specie nei periodi di epidemia influenzale o delle ‘ondate di calore’ ed un miglioramento dei tempi di attesa per le prestazioni specialistiche. La gestione integrata dei posti letto può consentire anche l’ottimizzazione del tasso di utilizzo dell’intera rete ospedaliera”.

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