Dopo la crisi arrivano i “cravattari”: a Terni ci sono 1.500 imprese a rischio usura

Le aziende “schedate” negli elenchi della Banca d’Italia come insolventi e che dunque non possono accedere al sistema creditizio. E tra bar, alberghi e ristoranti, uno su tre ha le casse vuote. La situazione

La convalescenza della crisi sanitaria porta con sé uno strascico che potrebbe essere ancora più grave e far finire centinaia di imprese nelle mani dei “cravattari”.

SI tratta di quelle aziende che in gergo vengono definite come “affidate con sofferenze” ossia presentano delle esposizioni bancarie deteriorate. In altre parole, si tratta di quelle aziende e partite Iva che risultano essere “schedate” presso la centrale dei rischi della Banca d’Italia come insolventi.

In Italia sono circa 240mila e ricadono dentro quella classificazione che, di fatto, pregiudica, per legge, a questi soggetti economici di accedere ad alcun prestito erogato dalle banche e dalle società finanziarie. Una condizione che, ovviamente, non consente di avvalersi nemmeno delle misure agevolate messe in campo recentemente dal Governo con il cosiddetto “decreto Liquidità”.

A livello regionale, le imprese “affidate con sofferenze” sono 5.642. Il dato provinciale dice che a Terni le imprese a rischio usura sono 1.505 mentre Perugia ne conta 4.137, un numero che porta il capoluogo di provincia tra le prime dieci città più esposte a livello nazionale.

“Non potendo ricorrere a nessun intermediario finanziario – commenta il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo – queste Pmi, strutturalmente a corto di liquidità e in grosse difficoltà finanziarie, in questo periodo di carenza di credito rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia degli strozzini. Riteniamo che per evitare tutto questo sia necessario incentivare il ricorso al Fondo per la prevenzione dell’usura. Uno strumento, quest’ultimo, presente da decenni, ma poco utilizzato, anche perché sconosciuto ai più e, conseguentemente, con scarse risorse economiche a disposizione”.

Il Fondo di prevenzione dell’usura, ricorda l’ufficio studi della Cgia, è stato introdotto con la legge 108 del 1996 e ha cominciato ad operare nel 1998. Questa misura consente agli operatori economici a “rischio” finanziario di accedere a canali di finanziamento legali e dall’altro aiuta le vittime dell’usura che, non svolgendo un’attività di impresa, non hanno diritto ad alcun prestito da parte del fondo di solidarietà.

Il problema sta però nel fatto che sebbene il fenomeno sia in espansione, i numeri ufficiali dell’usura sono in calo. In Umbria, la media delle denunce dal 2010 al 2017 non supera le quattro segnalazioni all’anno. Nessuna denuncia è stata presentata, ad esempio, a Terni nel 2017, l’ultimo dato disponibile.

“Con le sole denunce effettuate all’autorità giudiziaria – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – non è possibile dimensionare il fenomeno dell’usura. Le segnalazioni, purtroppo, continuano ad essere molto poche. Con la depressione economica in corso, anche le forze dell’ordine hanno denunciato in più di una occasione molti segnali di avvicinamento delle organizzazioni criminali al mondo dell’imprenditoria”.

Un ulteriore elemento di criticità viene rappresentato dal fatto che molte imprese escono dal lockdown con le casse vuote.

Secondo l’ultimo rapporto sulle economie territoriali realizzato dalla Banca d’Italia, in Umbria il 22,9 per cento delle imprese è a rischio di illiquidità.

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“I valori più elevati – spiega poi il dossier di Bankitalia - si registrano in provincia di Terni (28,9 per cento) e, tra i settori, nel terziario (26,8), in particolare per le imprese del commercio, dell’alloggio e della ristorazione. La percentuale di imprese potenzialmente illiquide cresce sensibilmente all’aumentare del grado di rischiosità. In Umbria tale quota supera il 30 per cento per le aziende classificate come rischiose o vulnerabili, valore quasi triplo di quello stimato per le imprese sicure”.

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