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Storie di donne, ferite e rinascite: numeri, testimonianze e ostacoli dell’aborto a Terni

Chi sceglie l’interruzione volontaria di gravidanza? Come funziona il consultorio in città? Quanti sono i medici obiettori? La nostra inchiesta

Di aborto si parla molto. A volte, a sproposito. Soprattutto, se ne parla da trincee ideologiche, limitando – molto spesso – il confronto a posizioni cristallizzate tra “favorevoli” e “contrari”.

In questa nostra inchiesta, noi siamo voluti partire da qui: dalla legge numero 194 del 22 maggio 1978. Una legge dello Stato italiano e che, come tale, andrebbe rispettata e applicata. In ogni sua parte.

La relazione al Parlamento | Aborto in Umbria, la situazione

A cominciare essenzialmente dal fatto che quel testo va ad intervenire in materia di “Norme per la tutela sociale della maternità” e “sull'interruzione volontaria della gravidanza”. Non è dunque una “legge sull’aborto”. E, benché nata in un contesto sociale profondamente diverso dal nostro, aveva in maniera puntuale centrato alcuni temi che, a distanza di tanti anni, non sembra siano stati ancora affrontati e risolti.

La testimonianza | "A 24 anni ho deciso di abortire. Ma ho potuto scegliere"

Ci siamo insomma posti alcune domande. La prima, e secondo noi più importante: perché una donna sceglie di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza? Sembrerà una domanda retorica e difficile da risolvere. Eppure, quella stessa legge all’articolo 2, comma d, spiega come i consultori familiari “assistono la donna in stato di gravidanza (...) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza”.

La testimonianza/1 | "Ho passato momenti terribili ma non mi sono pentita di non avere abortito"

Ancora, articolo 5: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto. Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell’esito degli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie”.

L'intervista | Come funziona il consultorio a Terni

Quella delle motivazioni, che la legge chiama “cause”, è insomma una questione centrale, eppure non esistono documenti ufficiali che indaghino questo aspetto. Certo, guardando ciò che emerge dalle relazioni al Parlamento sullo stato di attuazione della 194, qualche idea si concretizza: in Umbria, la maggior parte delle donne che accede all’Ivg – al netto delle difficoltà che possono derivare dalla presenza più o meno numerosa di obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie - ha un’età compresa fra 30 e 40 anni, è celibe e ha un’occupazione. Forse precaria. E appunto, se ancora la barbarie delle dimissioni in bianco esiste, evidentemente questi oltre 40 anni di legge sono serviti a poco.

"Mai dati" | Obiezione e ostacoli: "Se l'aborto non è garantito, nessuna di noi è al sicuro"

Per avere una fotografia quanto più possibile approfondita della situazione, abbiamo cercato e raccolto testimonianze, garantendo a chi ha deciso di raccontarsi, di restare nell’anonimato. Quello che emerge è una profonda sofferenza, anche da parte di chi difende l’autodeterminazione della donna in questo difficilissimo passaggio, destinato comunque a restare impresso nella propria esistenza.

La testimonianza/2 | "Mi sono sentita una bestia al macello"

Ecco. Al termine di questo lavoro, la riflessione che ci accompagna è questa, libera da giudizi, pregiudizi o battaglie ideologiche. Che a poco servono. Ma se davvero c’è da analizzare lo “stato di attuazione” della 194, il pezzo che manca è il rispetto di questa parte di norma: individuare e rimuovere, laddove possibile e nel profondo rispetto della dignità e della libertà di ogni donna, le motivazioni che portano a ricorrere all’Ivg. Non perché questa sia brutta e cattiva: chi ha fatto questa scelta, sa esattamente cosa significhi e non servono tribuni che pontifichino. Allo stesso modo, chi ha fatto questa scelta, probabilmente sa che quelle stesse motivazioni si ripetono nelle storie di altre donne. Senza che nessuno abbia fatto abbastanza. Senza che la legge sia stata rispettata.

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